Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. In questi giorni sono in Turchia, nella capitale economica e finanziaria del paese. E’ un viaggio che aspetta nel cassetto da qualche mese, già rimandato a causa di una spalla ballerina.
Andare a Istanbul mi entusiasmava e m’ispirava il senso di riverenza che provo ogni volta vado a Roma: la percezione dello spessore e profondità storica di un luogo, le incalcolabili vicende umane che nel tempo ha raccolto, l’imaginario delle porte dell’oriente.
L’aria di oriente e di islam si respira già in aereo, un primo timido passo di avvicinamento. Volo Turkish, in partenza nel tardo pomeriggio da Malpensa.
Gli interni del 737 mi strappano un sorriso: la business class separata dalla economy da tendine rosa confetto incorniciate da un delizioso arco islamico, le poltroncine azzurro pastello, hostess e stewards cortesi da far stringere il cuore.
Si decolla, si sale in quota e si sfreccia sulla Pianura Padana a 11.500 metri d’altezza, velocità di crociera 820 chilomentri all’ora. Sono vicino al finestrino e trenta centrimetri più in là sulla mia sinistra la temperatura é a 52 gradi sotto zero.
Il pensiero mi provoca un brivido.
Il cielo é incredibilmente sereno, sotto l’aereo si stende continua la presenza umana. Il lago di Garda mi strappa un sospiro, bellissimo visto dall’alto.
Ci tuffiamo sull’Adriatico e sotto di noi dopo poco l’Istria, la costa e le isole dell’alta Dalmazia alla prime luci del tramonto. Uno spettacolo grandioso, il desiderio di poter scendere: “Ehi, pilota! Ferma qua, va benone… io scendo!” Idea coraggiosa stando a quasi dodicimila metri d’alteza, un bel tuffo.
Poi i Balcani. Le aree abitate si diradono, il verde scuro dei boschi prende il sopravvento. Chissà se vent’anni fa si sarebbe seguita la stessa rotta civile con il conflitto in corso?
Nel frattempo il personale dell’aereo porta la cena. Opto per il menu “pasta”: mi voglio abituare un po’ per volta all’idea di oriente. Consumo la cena e noto un bilgiettino che in quattro lingue dichiara “Nei nostri pasti non viene utilizzata carne di maiale.” L’oriente si avvicina più velocemente di quanto pensassi.
Intravedo una sconfinata distesa di luci, molte di specchiano sul mare, e intuisco di essere quasi a destinazione. Si atterra e la navetta ci porta in uno dei terminal più moderni d’Europa. Appena sceso una folata di vento fresco porta l’odore del mare, la serata mite, quasi fresca mi ricorda quanto sia lontana la calura appiccicosa della Pianura Padana. Evvai!
Sbrigo le pratiche del visto, del controllo passaporti, recupero la valigia e finalmente incontro mio padre che mi aspettava pazientemente ormai da un’oretta. Recuperiamo l’auto, usciamo dal parcheggio sotterraneo e subito capisco che a Istambul si guida senza scrupoli: nessuno che usi le frecce, cambi di corsia in continuazione, la velocità massima possibile e frenate al limite del pattinamento. Pena fari e clacsonate.
“Si, ci sono degli incidenti ma molti meno di quanto si possa pensare. E c’é moltissima polizia in giro, ovunque” Mio padre comincia ad istruirmi sulle usanze locali.
Entriamo nella periferia del Corno d’Oro, la periferia di una città mastodontica come molte occidentali, non trovo grandi differenze. Più ci avviciniamo al centro però più non so dove guardare. La gente, i negozi, i palazzi. Ma tutto sfreccia fin troppo velocemente.
Rimango folgorato ad un semaforo: rosso, giallo verde e… il conto alla rovescia. Cielo! Hanno i semafori con il conto alla rovescia, c’é una quarta palletta colorata che mi dice, in verde o in rosso, quanto tempo manca allo scattare del segnale.
I casi sono due. O si tratta di incitazione a deliquere, perché un conto alla rovescia del genere ti spinge quasi per forza a fare la partenza più veloce o a prendere il verde al limite. Oppure il governo turco sta cercando di allevare la prossima generazione di campioni di rally.
Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi, visto lo stile di guida locale e le continue colline su cui si sviluppa la città . Giuro, e non me ne vogliano, i tassisti romani e napoletani sono dei bimbi in confronto ai colleghi di Istanbul!
Passiamo il Corno d’Oro sul ponte di Galata, costeggiamo il Bosforo: circa un chilomentro sulla destra c’é l’Asia ed é ancora Istanbul e luci che si specchiano in mare. Sono letteralmente sopraffatto dalla meraviglia, sembra di essere a Venezia ma quello non é un canale é il mare, il cordone ombelicale che lega il Mar Nero a Mediterraneo.
Si gira verso la collina e si arriva a casa. Subito sul balcone per il panorama e Istambul é ovunque.