Arrivare a Vercelli ad inizio Novecento
di Fede
Arrivare a Vercelli da Porta Milano ad inizo Novecento non era troppo diverso rispetto oggi: per noi, tranne alcuni dettagli, la città sarebbe perfettamente riconoscibile. Ma concentriamoci sui dettagli.
Attraversiamo ponte nuovo e incrociamo il tramwai, la linea di piccole vetture che collegavano Vercelli a Novara. Piccole locomotive e piccole carrozze che emergono dalla nebbia della Sesia annunciandosi con fischi, sbuffi e stridori metallici.

Poco oltre siamo sul ponte del Cervetto. In lontananza vediamo l’imboccatura di corso Libertà e sullo sfondo si comincerebbero ad intuire i campanili e le torri del centro. Il rumore del tramwai si sta allontando alle nostre spalle, sostituito dallo scopiettare di qualche motocicletta ma poche o nessuna automobili per le strade.

Proseguendo, arriviamo all’attuale piazza Cugnolio. La caserma sulla destra sembra nuova rispetto all’abbandonato mostro di mattoni fatiscenti dei giorni nostri. I binari del tramwai curvano verso destra, imboccano corso Italia per costeggiare il centro ed arrivare fino a porta Torino.
Sulla sinistra si sta formando un gruppetto di persone che aspettano il passaggio del prossimo trenino.
Vercelli in questi anni ha circa trentamila abitanti, non così tanti meno rispetto i quarantacinquemila di oggi.
Era una città forse più raccolta, in cui non era difficile vedere i bambini giocare per le strade. Ascoltando bene il vociare delle persone si sarebbe sentito solo dialetto, un dialetto meno italianizzato di quello che siamo abituati a sentire oggi. Tutti si conoscevano, almeno di vista. E incrociandosi tutti si salutavano con la formale cortesia dei tempi passati.
In dialetto