Gen 10

La stragrande maggioranza del panorama aziendale italiane é composto da piccole e medie imprese. La caratteristica prevalente é la conduzione famigliare, ad oggi di seconda o terza generazione. Da qualche anno questo panorama é notoriamente in crisi.

Le difficoltà  arrivano dall’estremo oriente, da un sistema italiano spesso troppo presente nelle regole e pesante nella fiscalità , un’ingresso nell’euro un po’ infelice. Ma vorrei per una volta lasciare da parte questi temi fin che mai inflazionati, che a volte mi sembrano un po’ puntare il dito per scaricarsi una buona dose di responsabilità . A mio avvisto, esistono cause della crisi che ben più profonde su cui vorrei riflettere.

Negli anni ottanta l’Italia ha vissuto il secondo boom economico. Il periodo d’oro é stato favorito da una politica monetaria estremamente aggressiva, basato sulla svalutazione della nostra vecchia Lira. Svalutando la moneta abbiamo ottenuto che:

  • i nostri prodotti fossero estremamente concorrenziali all’estero, creando così un’effettiva invasione del made in Italy nel mondo (su cui tutt’ora viviamo molto di rendita);
  • fosse conveniente per le aziende estere investire in Italia per il costo della vita relativamente basso e un buon tasso di competenze;
  • il nostro paese come metà  turistica fosse ambitissima, sicuramente per quanto ha da offrire ma molto anche in relazione al vantaggio economico.

Il problema di una politica di svalutazione della moneta é che, detto in soldoni, abbassando il valore della Lira direttamente si é aumentato il debito pubblico, quindi la quantità  di interessi che il paese deve pagare. Ne segue la necessaria rincorsa agli adeguamenti fiscali per tamponare la situazione.

Molti altri paesi sono ricorsi a questo tipo di politica, ma non é strada che si possa seguire a lungo senza rischiare il collasso. Un esempio abbastanza recente é stata l’Argentina, ma all’inizio degli anni novanta anche l’Italia ha rischiato grosso… molto grosso.

Inoltre, quando il governo Prodi si é trovato a trattare il tasso di scambio per entrare nell’euro ha potuto contare su buone carte da giocare, avendo alle spalle un decennio di svalutazione della moneta: da buon tecnico della finanza, per cercare di contenere il più possibile i danni (e non é bastato), ha cercato di “ricapitalizzare il paese” tramite l’eurotassa.

In quegli anni la piccola media impresa é diventata estremamente forte, era un sistema che la maggior parte del mondo ci invidiava. Il dramma é che le piccole medie imprese italiane (al tempo oltre 5,5 milioni) erano competitive sicuramente per alcune caratteristiche di eccellenza, ma sul fronte economico erano estremamente favorite dal basso valore della Lira e dal basso costo della vita.

Ora l’Italia non ha più potere sulla politica monetaria del paese, che é affidata all’euro e alla BCE, e il costo della vita si é drammaticamente allineato a quello della maggior parte dei paese ricchi europei. Aggiungiamo a questo l’elevato debito pubblico (tutt’ora presente, anzi in crescita negli ultimi anni) e il forte regime fiscale e si ha un quadro sintetico delle forti difficoltà  attuali.

L’altro grosso problema delle PMI italiane é la loro struttura. Moltissime sono a conduzione famigliare e vengono effettivamente gestite come una famiglia allargata di vecchio stampo. Spesso l’azienda é diretta dal suo fondatore o da suoi successori diretti. In questa impostazione non c’é nulla di male, se non fosse che in moltissime PMI, conosciute nel corso degli ultimi dieci, anni ho sempre trovato alcuni elementi che ritengo estremamente critici:

  • un’estrema difficoltà  alla delega delle responsabilità  della direzione, che si esprime in un’eccessiva volonta di controllo sui dipendenti, collaboratori e fornitori (la mancanza di abitudine alla responsabilizzazione ha creato un deficit di maturità  dei quadri);
  • una mancanza di propensione all’integrazione tra le aziende (parlo di fusioni e partnership forti), proprio nel timore di dover condividere proprietà  e gestione (l’azienda é di famiglia e deve restare in famiglia);
  • a volte una certa pigrizia e timore di crescere, esplorare nuovi settori, etc. (peché cambiare se va bene?).

Ho riscontrato meno questi problemi nelle grandi aziende. Le aziende medio/grandi che ho conosciuto erano medio/piccole negli anni ottanta e: o hanno azzeccato un’ottimo business (raro) o hanno avuto una guida che non é incappata in nessuno degli errori citati sopra. Si, il momento giusto perché il nostro panorama aziendale maturasse da una pletora di piccole imprese ad aziende medio/grandi più solide e forti era probabilmente il periodo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.

Ora l’Italia eredita un sistema principalmente composto da PMI a bassa capitalizzazione, con risorse finanziarie esigue e forte difficoltà  di accesso al credito. La situazione di estrema competitività  e internazionalizzazione dei mercati odierni richiede risorse di tutt’altro calibro.

Una strada che le PMI hanno tentato, e continuano a perseguire, é portare all’estremo questo concetto di impresa famigliare come artigianato evoluto e d’eccellenza: non é detto che basti… purtroppo molto spesso é così e le aziende chiudono, interi distretti industriali spariscono.

Ho fiducia nel futuro di medio/lungo termine: gli italiani hanno sempre saputo risollevarsi dalle crisi e a cui spesso fanno fronte con grande creatività . Non ho invece fiducia sul breve/medio termine. Sono convinto che, qualunque sia la composizione del governo dopo il 9 aprile, la situazione non possa cambiare radicalmente nei tempi che sarebbero necessari. Questo perché anche se il futuro governo azzeccasse tutte le misure necessarie al rilancio del paese, non può risolvere la frammentazione e la debolezza dell’apparato industriale del nostro paese (in questo caso la soluzione deve venire dalla maturazione della nostra classe imprenditoriale) ne agire nuovamente sulla politica monetaria. Mi auguro che:

  • il futuro governo sappia varare anche una politica economica che vada a favorire fiscalmente fusioni e integrazioni tra le aziende;
  • si incentivi la collaborazione tra università  e mondo imprenditoriale, favorendo innovazione e combattendo la fuga di comptenze di alto livello dall’Italia;
  • gli imprenditori italiani coinvolti nelle PMI sappiano aprirsi all’integrazione e alla fusione sia con aziende nazionali che estere, in modo da creare strutture adeguate ad affrontare i mercati odierni;
  • si diffonda una vera cultura della condivisione e della collaborazione sempre più stretta tra aziende per far fronte a progetti, obiettivi o difficoltà  comuni.