Lug 24

Oggi sono tornato a casa. Ho lasciato Istanbul alle 8 ora locale, per atterrare a Malpensa alla 10. Ho capito di essere a casa dall’afa che mi prendeva a pugni nello stomaco lasciandomi senza fiato.

La Pianura Padana… fantastico catino di umidità !

Istanbul… La parola che prepotentemente si affaccia all mia mente é “sconfinata”. Domenica ero a zonzo sulla sponda asiatica, sul lungomare che costeggia il Mar di Marmara. In quei quartieri sembra di trovarsi in una qualsiasi località  di mare dell’Adriatico: la passeggiata, i giardini, chioschi e giochi per bambini, alle spalle le attività  comerciali e le basse palazzine residenziali.

Le Isole del Principe, località  di villeggiatura degli imperatori ottomani, che da casa si intravedevano solo in lontananza, sono lì, poco al largo e magnifiche. E le isole sono sempre Istanbul.

Sposto lo sguardo poco più a destra e all’orizzonte si staglia la costa europea, riconosco le torri della zona dell’areoporto ed é ancora Istanbul. Ho misurato la distanza: 32 chilometri. Alle mie spalle le colline su cui placidamente se ne stanno caseggiati e quartieri: ed é ancora Istanbul.

Di Istanbul non mi ha colpito particlarmente la parte storica: Topkapi, le moschee, il Dolmabace, la cisterna, il Gran Bazar e il Mercato delle Spezie. Bellissimi posti, ma ne più ne meno di quanto mi aspettassi o conoscessi da foto o documentari. Noi italiani siamo sensibili a questi panorami ma siamo anche abituati, in Italia abbiamo l’ottanta percento del patrimonio artistico mondiale. Anzi ci troviamo spaesati quando in un posto che visitiamo manca la profondità  storica.

Mi ha lasciato il segno la dimensione e la varietà . Taksim il quartiere commerciale borghese, Nisantasi dove va a comprare l’elite, Ortakoy é un angolo ritagliato dalle Cinque Terre, Levent con i suoi paradossi di torri vetro e acciaio e villette, Bebeck un’angolo della Ligura esclusiva, la costa asiatica con il suo sapore di località  dell’Adriatico.

I locali. Si passa dai ristoranti esclusivi sulla costa europea, raffinatissimi per arredi e servizio, a quelli più turistici ai self service in cui si mangia turco. Le discoteche e i locali.

Città  nella città , Istanbul ha ritagliato un posto particolare nel mio cuore: le foto.

Lug 18

Devozione
Quando il meuzzin comincia a cantare nessuno se lo fila. Almeno qui a Istanbul. Ho visto la massima dimostrazione di zelo islamico in piscina lunedì, in compagnia di madri e figli. Alle cinque di pomeriggio il muezzin inizia il lamento dalla vicina moschea. Due signore di mezza età , che stavano rosolando al sole immobili da ore, si mettono sedute, si coprono la testa con un foulard e si rivolgono apparentemente verso la Mecca, si accendono una sigaretta e continuano a chiocciare come se nulla fosse. Preghiera o pausa sigaretta?

Facce
Difficile identificare una fisiognomia turca: sono giorni che provo, ogni volta stupito da un viso, una capigliatura o da uno sguardo. Penso dipenda da strati e strati di popolazioni diverse accumulatisi nei millenni. Molte ragazze turche sono decisamente carine, anche sulla base dei canoni occidentali… a volte nasi un po’ importanti. Ma anche questo é destinato a cambiare: le ragazze ricche di Istanbul si fanno la rinoplastica.

Abbigliamento
Istanbul é una città  fortemente occidentalizzata, il modo di vestire della sua popolazione anche. Ragazze e donne si abbigliano come ci si aspetterebbe dalle loro cugine europee, a volte qualche vezzo orientaleggiante: un pizzo, una stola, un foulard, una maglia di rete. In alcuni casi mi é capitato di incrociare donne coperte con il più classico burka nero, anche se con un paio di nike ai piedi. A volte é una sobria via di mezzo. Ma ho anche visto ragazze svestite da far arrossire il più smaliziato degli occidentali.

Cortesia
Ho l’impressione che il popolo turco sia in generale cortese e gentile. Qualche sera fà  mi stavo incamminando per andare a cena, tirava un vento fresco, frizzante dal mare mentre passo a fianco al deor di un ristorante. Le donne si sa, sono più freddolose. E prontamente il cameriere porta le coperte e le poggia sulle spalle delle signore. Donne italiane, schiattate d’invidia!

Lug 17

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. In questi giorni sono in Turchia, nella capitale economica e finanziaria del paese. E’ un viaggio che aspetta nel cassetto da qualche mese, già  rimandato a causa di una spalla ballerina.

Andare a Istanbul mi entusiasmava e m’ispirava il senso di riverenza che provo ogni volta vado a Roma: la percezione dello spessore e profondità  storica di un luogo, le incalcolabili vicende umane che nel tempo ha raccolto, l’imaginario delle porte dell’oriente.

L’aria di oriente e di islam si respira già  in aereo, un primo timido passo di avvicinamento. Volo Turkish, in partenza nel tardo pomeriggio da Malpensa.

Gli interni del 737 mi strappano un sorriso: la business class separata dalla economy da tendine rosa confetto incorniciate da un delizioso arco islamico, le poltroncine azzurro pastello, hostess e stewards cortesi da far stringere il cuore.

Si decolla, si sale in quota e si sfreccia sulla Pianura Padana a 11.500 metri d’altezza, velocità  di crociera 820 chilomentri all’ora. Sono vicino al finestrino e trenta centrimetri più in là  sulla mia sinistra la temperatura é a 52 gradi sotto zero.

Il pensiero mi provoca un brivido.

Il cielo é incredibilmente sereno, sotto l’aereo si stende continua la presenza umana. Il lago di Garda mi strappa un sospiro, bellissimo visto dall’alto.

Ci tuffiamo sull’Adriatico e sotto di noi dopo poco l’Istria, la costa e le isole dell’alta Dalmazia alla prime luci del tramonto. Uno spettacolo grandioso, il desiderio di poter scendere: “Ehi, pilota! Ferma qua, va benone… io scendo!” Idea coraggiosa stando a quasi dodicimila metri d’alteza, un bel tuffo.

Poi i Balcani. Le aree abitate si diradono, il verde scuro dei boschi prende il sopravvento. Chissà  se vent’anni fa si sarebbe seguita la stessa rotta civile con il conflitto in corso?

Nel frattempo il personale dell’aereo porta la cena. Opto per il menu “pasta”: mi voglio abituare un po’ per volta all’idea di oriente. Consumo la cena e noto un bilgiettino che in quattro lingue dichiara “Nei nostri pasti non viene utilizzata carne di maiale.” L’oriente si avvicina più velocemente di quanto pensassi.

Intravedo una sconfinata distesa di luci, molte di specchiano sul mare, e intuisco di essere quasi a destinazione. Si atterra e la navetta ci porta in uno dei terminal più moderni d’Europa. Appena sceso una folata di vento fresco porta l’odore del mare, la serata mite, quasi fresca mi ricorda quanto sia lontana la calura appiccicosa della Pianura Padana. Evvai!

Sbrigo le pratiche del visto, del controllo passaporti, recupero la valigia e finalmente incontro mio padre che mi aspettava pazientemente ormai da un’oretta. Recuperiamo l’auto, usciamo dal parcheggio sotterraneo e subito capisco che a Istambul si guida senza scrupoli: nessuno che usi le frecce, cambi di corsia in continuazione, la velocità  massima possibile e frenate al limite del pattinamento. Pena fari e clacsonate.

“Si, ci sono degli incidenti ma molti meno di quanto si possa pensare. E c’é moltissima polizia in giro, ovunque” Mio padre comincia ad istruirmi sulle usanze locali.

Entriamo nella periferia del Corno d’Oro, la periferia di una città  mastodontica come molte occidentali, non trovo grandi differenze. Più ci avviciniamo al centro però più non so dove guardare. La gente, i negozi, i palazzi. Ma tutto sfreccia fin troppo velocemente.

Rimango folgorato ad un semaforo: rosso, giallo verde e… il conto alla rovescia. Cielo! Hanno i semafori con il conto alla rovescia, c’é una quarta palletta colorata che mi dice, in verde o in rosso, quanto tempo manca allo scattare del segnale.

I casi sono due. O si tratta di incitazione a deliquere, perché un conto alla rovescia del genere ti spinge quasi per forza a fare la partenza più veloce o a prendere il verde al limite. Oppure il governo turco sta cercando di allevare la prossima generazione di campioni di rally.

Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi, visto lo stile di guida locale e le continue colline su cui si sviluppa la città . Giuro, e non me ne vogliano, i tassisti romani e napoletani sono dei bimbi in confronto ai colleghi di Istanbul!

Passiamo il Corno d’Oro sul ponte di Galata, costeggiamo il Bosforo: circa un chilomentro sulla destra c’é l’Asia ed é ancora Istanbul e luci che si specchiano in mare. Sono letteralmente sopraffatto dalla meraviglia, sembra di essere a Venezia ma quello non é un canale é il mare, il cordone ombelicale che lega il Mar Nero a Mediterraneo.

Si gira verso la collina e si arriva a casa. Subito sul balcone per il panorama e Istambul é ovunque.