Finalmente la prima opportunità di lavoro all’estero, un’occasione più unica che rara per uscire dalla provincialità : la chiamata arriva dalla Svizzera.
Nell’arco della scorsa settimana mi sono pregustato l’appuntamento a Ginevra e decido di andare in auto. Voglia di godersi il viaggio, di conquistarsi la strada, di guidarsela. Amo guidare soprattutto quando non ho troppa fretta. Amo ancora di più guidare in montagna.
Questa mattina si parte male. I preparativi per la partenza richiedono qualche minuto in più e tardo una mezz’oretta. Niente di grave, l’orario dell’apputnamento, a dispetto degli svizzeri e in onore della distanza, é flessibile.
Mi mangio il Piemonte, serpenteggio per la Val d’Aosta. Pausa pranzo in stazione di servizio prima dell’ascesa al Monte Bianco. Riparto, arrivo al traforo e m’infilo negli undici chilometri e rotti di tunnel a velocità controllata.
La Francia! Primo step. Alla faccia della Comunità Europea e degli accordi di Schengen, due cari doganieri francesi mi fermano: ovviamente in francese, “carta d’identità ”. Poco male. Raccatto il portafogli, faccio per estrarre il portadocumenti e… sorpresa, il malefico contenitore di carta d’identità (scaduta, mea culpa!), patente e codice fiscale si é volatilizzato.
Cristono a denti stretti e lo cerco ovunque: nulla! Ora, vai a spiegare ai doganieri francesi che ho perso i documenti, tutti. Attacco con il francese e mi si arrotola addosso: nulla da fare, troppi anni che non esercito la lingua d’oltralpe e questa non é l’occasione migliore.
Più o meno sembrano intuire, ma devo attaccare con l’inglese: meglio, per me ma loro mi guardano un po’ stuporosi. Disperato tento l’italiano: ovviamente nulla “je ne parle pas italien”. Ricordandomi che sono nella vecchia Alta Savoia (Italiana per secoli) e spalmato mi chiedo: ma come c@zz* fanno a non spiaccicare una parola d’italiano.
La risposta é sempre la stessa: anche lo sapessero (molto probabile) si rifuterebbero di parlarlo e di lasciare intendere di capirlo (dovrei ricordarlo dalle mia vacanze adolescenziali sulle Alpi franco-italiane). Motivo: sono francesi e chiamano il computer ordinateur, il toast crock monsieur e il byte octet.
Punti di vista.
Comunque, sembrano mostrare una qualche umanità e alla fine con un biglietto da visita, esibendo le carte di credito e tre quarti d’ora di controllo mi dicono che per loro c’est bon e io proseguo per Ginevra. A questo punto in ritardo e irritato. Inoltre diluvia.
Mi scontro con un’altra simpatica usanza francese. Indicano l’autostrada con cartelli blu, pardon blue, unici che mi risulti a non essersi allineati all’uso del verde come nel resto dell’Europa.
Me ne accorgo dopo quaranta chilomentri di statale ingorgata. I cristi si sprecano.
Ma a questo punto sono terrorizzato: primo, se mi ferma la gendarmerie mi fa nero (sono senza patente); secondo c’é la possibilità che arrivato al confine con la Svizzera venga fatto tornare indietro. D’altronde gli svizzeri hanno sottoscritto Schengen nel 2005, magari non si sono ancora abituati o… lo applicano come i francesi: quando vogliono. Le possibilità sono aperte e io mi sento sulla graticola.
Nel frattempo telefonate.
Arrivo finalmente in vista di Ginevra, con il cuore in gola m’infilo nella dogana. Mi fermano.
Respira, respira, respire.
In perfetto italiano: “Signore, lei deve fare la vignette per le autostrade svizzere, si accomodi all’uscita dieci”. Realizzo: mi stanno chiedendo trenta euro per girare un anno sulle loro autostrade, mi stanno chiedendo solo questo?!
Quasi sono commosso. Mi accomodo all’uscita dieci e sbrigo la veloce burocrazia con altri due ragazzi svizzeri in perfetto italiano: mi sembra un sogno, mai stato così felice di pagare trenta euro!
E così, con un’ora di ritardo sono a Ginevra. Giro a vuoto un paio di volte, ma non sbaglio di troppo la strada e finalmente arrivo al mio appuntamento.
Me ne esco dopo una paio d’ore spossato. Mi faccio due passi per sciogliere la tensione, poi punto per l’Italia. Tutto va terribilmente liscio, a me capita sempre così: l’Odissea la faccio andando, non tornando e in due ore e mezzo sono a casa.
Nel tragitto mi fermo ad un’area di servizio francese: sigarette e ristoro. Il mio francese si é fluidificato e riesco a scambiare due parole con la cassiera. Rimango senza quando batte il prezzo del pacchetto: sei euro.
A questo punto voglio proprio scappare dalla Francia e tornare in Italia. Inoltre, vi siete accordi che le aree di servizio francesi sono molto più rade, spoglie e meno servite delle nostre. In Puglia avevo avuto una sensazione da far west, da Route 66. In Francia lo stesso, solo pulite e ordinate.
Sul versante francese diluvia ancora, appena passo il Monte Bianco la Val Grande é un trionfo di luci e ombre da prima serata, il cielo quasi terso e l’aria frizzante.
Amo viaggiare, ma tornare a casa é sempre una sensazione speciale.