La mia panissa

di Fede

La mia panissa vercellese

So che con questo post rischio di scatenare le ire dei puristi della panissa vercellese. Ma è anche vero che ogni famiglia vercellese ha la sua interpretazione della panissa, la propria ricetta di famiglia che si discosta leggermente da quella canonica.

Quella di cui vi scrivo è la ricetta della mia bisnonna materna, con una mia leggerissima variante introddotta dopo diversi esperimenti.

Cominciamo con gli ingredienti per 4 persone (io vado a occhio):

  • 400g di riso Carnaroli,
  • 200g di fagioli di Saluggia,
  • un salam d’la duja (salame sotto grasso),
  • un bicchiere abbondante di Barbera fermo,
  • cipolla,
  • una patata, una carota e un gambo di sedano,
  • olio, sale e pepe.

Per chi avesse delle obiezioni già sugli incredienti (per esempio l’assenza della cotenna di maiale), stop un attimo: spiego tutto a fine ricetta.

Pulisco patate, carote e il gambo di sedano, lavo i fagioli di Saluggia e immergo tutto in un pentola con abbondante acqua. Accendo a fuoco vivace e lesso i fagioli. Fermo la cottura dei fagioli di Saluggia dopo quaranta minuti: devono essere cotti ma ancora compatti. Separo i fagioli e mi tengo da parte il brodo.

Per fare la panissa l’ideale sarebbe avere una ramina larga e bassa. In ogni caso ci si può arrangiare anche con una buona pentola pesante: ma deve essere bassa e larga.

Trito le cipolle e, tolta la pelle, sbriciolo il salam d’la duja.

Ungo la ramina (o la pentola bassa) con filo d’olio e metto a soffriggere a fuoco basso le cipolle. Appena le cipolle cominciano a indorare unisco il riso, alzo leggermente il fuoco e lo tosto leggermente, avendo buona cura di rigirarlo frequentemente con un cucchiaio di legno.

Sfumo il riso con il Barbera, abbasso il fuoco al minimo e, dopo qualche secondo, unisco il salam d’la duja. Lascio cuocere lentamente unendo il brodo dei fagioli poco per volta e cercando di muovere lentamente il riso.

Appena vedo che il salam d’la duja ha “sudato” il suo grasso, unisco i fagioli, sale e pepe, un paio di mestoli di brodo. Continuo la cottura a fuoco bassisimo unendo il brodo sempre poco alla volta.

In tutto la cottura  della panissa dovrebbe durare quasi mezz’ora e cerco sempre di arrivare a fine cottura con un risotto morbido, ma consistente e abbastanza asciutto: i chicchi di risi devono essere cotti ma ben separati.

Da accompagnare con un rosso fermo di buon corpo o con la Rossa del Gallo del Birrificio Sant’Andrea (ottimo abbinamento sperimentato questa sera).

A Vercelli il punto di riferimento per eccellenza è la Sagra d’la Panissa organizzata dal Comitato Vecchia Porta Casale che si tiene a fine agosto. Vi consiglio di tenere d’occhio gli appuntamenti attraverso il sito della Sagra e la loro pagina Facebook.

Passiamo alla domande.

Perché non uso sia olio che burro per fare il soffritto? Banalmente perché mischiare grassi vegetali e grassi animali spesso porta a retrogusti acidi poco piacevoli. Nei miei vari esperimenti i risultati migliori li ho ottenuti con l’olio.

Perché non soffriggo il salam d’la duja? Per lo stesso motivo di prima e perché sofriggendo il salame si perde la maggior parte del suo gusto.

Perché non uso anche la cotenna di maiale? Perché unendo il salam d’la duja dopo aver sfumato il riso con il vino rosso, il salame cuoce più lentamente e rilascia il suo grasso nel risotto. Quindi usare anche la cotenna porterebbe ad avere una panissa veramente troppo grassa.

Perché non uso il parmigiano? La panissa non è un risotto che secondo me va mantecato. Al massimo, per chi piace, si può aggiungere il parmigiano grattuggiato a panissa impiattata.