Lug 28

Sono piacevolmente stupito. World News ha scelto una mia foto fatta l’anno scorso a Istanbul per un suo articolo: “Take your pick in Turkey“. E hanno correttamente citato l’autore (così vuole la licenza con cui ho caricato la foto su Flickr).

WN è una rete di oltre 20.000 testate online: ecco la ricaduta a livello di indicizzazione su Google.

La foto originale è nel mio set dedicato alla vacanza in Turchia nel 2006.

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Lug 24

Oggi sono tornato a casa. Ho lasciato Istanbul alle 8 ora locale, per atterrare a Malpensa alla 10. Ho capito di essere a casa dall’afa che mi prendeva a pugni nello stomaco lasciandomi senza fiato.

La Pianura Padana… fantastico catino di umidità !

Istanbul… La parola che prepotentemente si affaccia all mia mente é “sconfinata”. Domenica ero a zonzo sulla sponda asiatica, sul lungomare che costeggia il Mar di Marmara. In quei quartieri sembra di trovarsi in una qualsiasi località  di mare dell’Adriatico: la passeggiata, i giardini, chioschi e giochi per bambini, alle spalle le attività  comerciali e le basse palazzine residenziali.

Le Isole del Principe, località  di villeggiatura degli imperatori ottomani, che da casa si intravedevano solo in lontananza, sono lì, poco al largo e magnifiche. E le isole sono sempre Istanbul.

Sposto lo sguardo poco più a destra e all’orizzonte si staglia la costa europea, riconosco le torri della zona dell’areoporto ed é ancora Istanbul. Ho misurato la distanza: 32 chilometri. Alle mie spalle le colline su cui placidamente se ne stanno caseggiati e quartieri: ed é ancora Istanbul.

Di Istanbul non mi ha colpito particlarmente la parte storica: Topkapi, le moschee, il Dolmabace, la cisterna, il Gran Bazar e il Mercato delle Spezie. Bellissimi posti, ma ne più ne meno di quanto mi aspettassi o conoscessi da foto o documentari. Noi italiani siamo sensibili a questi panorami ma siamo anche abituati, in Italia abbiamo l’ottanta percento del patrimonio artistico mondiale. Anzi ci troviamo spaesati quando in un posto che visitiamo manca la profondità  storica.

Mi ha lasciato il segno la dimensione e la varietà . Taksim il quartiere commerciale borghese, Nisantasi dove va a comprare l’elite, Ortakoy é un angolo ritagliato dalle Cinque Terre, Levent con i suoi paradossi di torri vetro e acciaio e villette, Bebeck un’angolo della Ligura esclusiva, la costa asiatica con il suo sapore di località  dell’Adriatico.

I locali. Si passa dai ristoranti esclusivi sulla costa europea, raffinatissimi per arredi e servizio, a quelli più turistici ai self service in cui si mangia turco. Le discoteche e i locali.

Città  nella città , Istanbul ha ritagliato un posto particolare nel mio cuore: le foto.

Lug 18

Devozione
Quando il meuzzin comincia a cantare nessuno se lo fila. Almeno qui a Istanbul. Ho visto la massima dimostrazione di zelo islamico in piscina lunedì, in compagnia di madri e figli. Alle cinque di pomeriggio il muezzin inizia il lamento dalla vicina moschea. Due signore di mezza età , che stavano rosolando al sole immobili da ore, si mettono sedute, si coprono la testa con un foulard e si rivolgono apparentemente verso la Mecca, si accendono una sigaretta e continuano a chiocciare come se nulla fosse. Preghiera o pausa sigaretta?

Facce
Difficile identificare una fisiognomia turca: sono giorni che provo, ogni volta stupito da un viso, una capigliatura o da uno sguardo. Penso dipenda da strati e strati di popolazioni diverse accumulatisi nei millenni. Molte ragazze turche sono decisamente carine, anche sulla base dei canoni occidentali… a volte nasi un po’ importanti. Ma anche questo é destinato a cambiare: le ragazze ricche di Istanbul si fanno la rinoplastica.

Abbigliamento
Istanbul é una città  fortemente occidentalizzata, il modo di vestire della sua popolazione anche. Ragazze e donne si abbigliano come ci si aspetterebbe dalle loro cugine europee, a volte qualche vezzo orientaleggiante: un pizzo, una stola, un foulard, una maglia di rete. In alcuni casi mi é capitato di incrociare donne coperte con il più classico burka nero, anche se con un paio di nike ai piedi. A volte é una sobria via di mezzo. Ma ho anche visto ragazze svestite da far arrossire il più smaliziato degli occidentali.

Cortesia
Ho l’impressione che il popolo turco sia in generale cortese e gentile. Qualche sera fà  mi stavo incamminando per andare a cena, tirava un vento fresco, frizzante dal mare mentre passo a fianco al deor di un ristorante. Le donne si sa, sono più freddolose. E prontamente il cameriere porta le coperte e le poggia sulle spalle delle signore. Donne italiane, schiattate d’invidia!

Lug 17

Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul. In questi giorni sono in Turchia, nella capitale economica e finanziaria del paese. E’ un viaggio che aspetta nel cassetto da qualche mese, già  rimandato a causa di una spalla ballerina.

Andare a Istanbul mi entusiasmava e m’ispirava il senso di riverenza che provo ogni volta vado a Roma: la percezione dello spessore e profondità  storica di un luogo, le incalcolabili vicende umane che nel tempo ha raccolto, l’imaginario delle porte dell’oriente.

L’aria di oriente e di islam si respira già  in aereo, un primo timido passo di avvicinamento. Volo Turkish, in partenza nel tardo pomeriggio da Malpensa.

Gli interni del 737 mi strappano un sorriso: la business class separata dalla economy da tendine rosa confetto incorniciate da un delizioso arco islamico, le poltroncine azzurro pastello, hostess e stewards cortesi da far stringere il cuore.

Si decolla, si sale in quota e si sfreccia sulla Pianura Padana a 11.500 metri d’altezza, velocità  di crociera 820 chilomentri all’ora. Sono vicino al finestrino e trenta centrimetri più in là  sulla mia sinistra la temperatura é a 52 gradi sotto zero.

Il pensiero mi provoca un brivido.

Il cielo é incredibilmente sereno, sotto l’aereo si stende continua la presenza umana. Il lago di Garda mi strappa un sospiro, bellissimo visto dall’alto.

Ci tuffiamo sull’Adriatico e sotto di noi dopo poco l’Istria, la costa e le isole dell’alta Dalmazia alla prime luci del tramonto. Uno spettacolo grandioso, il desiderio di poter scendere: “Ehi, pilota! Ferma qua, va benone… io scendo!” Idea coraggiosa stando a quasi dodicimila metri d’alteza, un bel tuffo.

Poi i Balcani. Le aree abitate si diradono, il verde scuro dei boschi prende il sopravvento. Chissà  se vent’anni fa si sarebbe seguita la stessa rotta civile con il conflitto in corso?

Nel frattempo il personale dell’aereo porta la cena. Opto per il menu “pasta”: mi voglio abituare un po’ per volta all’idea di oriente. Consumo la cena e noto un bilgiettino che in quattro lingue dichiara “Nei nostri pasti non viene utilizzata carne di maiale.” L’oriente si avvicina più velocemente di quanto pensassi.

Intravedo una sconfinata distesa di luci, molte di specchiano sul mare, e intuisco di essere quasi a destinazione. Si atterra e la navetta ci porta in uno dei terminal più moderni d’Europa. Appena sceso una folata di vento fresco porta l’odore del mare, la serata mite, quasi fresca mi ricorda quanto sia lontana la calura appiccicosa della Pianura Padana. Evvai!

Sbrigo le pratiche del visto, del controllo passaporti, recupero la valigia e finalmente incontro mio padre che mi aspettava pazientemente ormai da un’oretta. Recuperiamo l’auto, usciamo dal parcheggio sotterraneo e subito capisco che a Istambul si guida senza scrupoli: nessuno che usi le frecce, cambi di corsia in continuazione, la velocità  massima possibile e frenate al limite del pattinamento. Pena fari e clacsonate.

“Si, ci sono degli incidenti ma molti meno di quanto si possa pensare. E c’é moltissima polizia in giro, ovunque” Mio padre comincia ad istruirmi sulle usanze locali.

Entriamo nella periferia del Corno d’Oro, la periferia di una città  mastodontica come molte occidentali, non trovo grandi differenze. Più ci avviciniamo al centro però più non so dove guardare. La gente, i negozi, i palazzi. Ma tutto sfreccia fin troppo velocemente.

Rimango folgorato ad un semaforo: rosso, giallo verde e… il conto alla rovescia. Cielo! Hanno i semafori con il conto alla rovescia, c’é una quarta palletta colorata che mi dice, in verde o in rosso, quanto tempo manca allo scattare del segnale.

I casi sono due. O si tratta di incitazione a deliquere, perché un conto alla rovescia del genere ti spinge quasi per forza a fare la partenza più veloce o a prendere il verde al limite. Oppure il governo turco sta cercando di allevare la prossima generazione di campioni di rally.

Mi sembra più plausibile la seconda ipotesi, visto lo stile di guida locale e le continue colline su cui si sviluppa la città . Giuro, e non me ne vogliano, i tassisti romani e napoletani sono dei bimbi in confronto ai colleghi di Istanbul!

Passiamo il Corno d’Oro sul ponte di Galata, costeggiamo il Bosforo: circa un chilomentro sulla destra c’é l’Asia ed é ancora Istanbul e luci che si specchiano in mare. Sono letteralmente sopraffatto dalla meraviglia, sembra di essere a Venezia ma quello non é un canale é il mare, il cordone ombelicale che lega il Mar Nero a Mediterraneo.

Si gira verso la collina e si arriva a casa. Subito sul balcone per il panorama e Istambul é ovunque.

Giu 2

Ieri ho avuto un’epifania: una patente due volte persa é una patente ritrovata.

Durante il viaggio in Svizzera, ero convinto di aver perso la patente insieme al porta-documenti ad una stazione di servizio. Ma nei giorni scorsi provavo una generale mancanza di convizione: era come non fossi realmente convinto di aver perso il prezioso documento rosa.

Ieri, stravaccato sul divano durante la pausa pranzo, avevo questo pensiero fisso in mente. Provo a ripercorrere l’ultima volta che avevo realmente visto la patente, l’ultima volta che l’avessi usata.

Torno indietro nel tempo e vado a cozzare con un appuntamento dal notaio un paio di settimane fa: ritrovata la patente almeno nei miei ricordi! Com’ero vestito? Bhe, il completo scuro.

Mi alzo di scatto dal divano, corro in camera, apro l’armadio e infilo la mano d’istinto nella tasca interna sinistra della giacca: ho ritrovato la patente anche nella realtà !

Questo riporta alla considerazione iniziale: avevo “perso” la patente due settimane fa dopo l’incontro dal notaio, l’ho persa alla stazione di servizio martedì. Due volte persa uguale ritrovata. Purtroppo questo vale per la patente e solo in questo specifico caso, me ne vengono in mente moltissimi altri in cui questo assioma funziona come un due di picche.

L’ultima considerazione é che sono chiaramente un imbecille: ho girato per due settimane senza patente. Ma l’essere un imbecille mi ha permesso di non perdere la patente, un vantaggio.

Le implicazioni filosofiche di quest’ultimo pensiero sono quantomeno destabilizzanti.

Mag 30

Finalmente la prima opportunità  di lavoro all’estero, un’occasione più unica che rara per uscire dalla provincialità : la chiamata arriva dalla Svizzera.

Nell’arco della scorsa settimana mi sono pregustato l’appuntamento a Ginevra e decido di andare in auto. Voglia di godersi il viaggio, di conquistarsi la strada, di guidarsela. Amo guidare soprattutto quando non ho troppa fretta. Amo ancora di più guidare in montagna.

Questa mattina si parte male. I preparativi per la partenza richiedono qualche minuto in più e tardo una mezz’oretta. Niente di grave, l’orario dell’apputnamento, a dispetto degli svizzeri e in onore della distanza, é flessibile.

Mi mangio il Piemonte, serpenteggio per la Val d’Aosta. Pausa pranzo in stazione di servizio prima dell’ascesa al Monte Bianco. Riparto, arrivo al traforo e m’infilo negli undici chilometri e rotti di tunnel a velocità  controllata.

La Francia! Primo step. Alla faccia della Comunità  Europea e degli accordi di Schengen, due cari doganieri francesi mi fermano: ovviamente in francese, “carta d’identità ”. Poco male. Raccatto il portafogli, faccio per estrarre il portadocumenti e… sorpresa, il malefico contenitore di carta d’identità  (scaduta, mea culpa!), patente e codice fiscale si é volatilizzato.

Cristono a denti stretti e lo cerco ovunque: nulla! Ora, vai a spiegare ai doganieri francesi che ho perso i documenti, tutti. Attacco con il francese e mi si arrotola addosso: nulla da fare, troppi anni che non esercito la lingua d’oltralpe e questa non é l’occasione migliore.

Più o meno sembrano intuire, ma devo attaccare con l’inglese: meglio, per me ma loro mi guardano un po’ stuporosi. Disperato tento l’italiano: ovviamente nulla “je ne parle pas italien”. Ricordandomi che sono nella vecchia Alta Savoia (Italiana per secoli) e spalmato mi chiedo: ma come c@zz* fanno a non spiaccicare una parola d’italiano.

La risposta é sempre la stessa: anche lo sapessero (molto probabile) si rifuterebbero di parlarlo e di lasciare intendere di capirlo (dovrei ricordarlo dalle mia vacanze adolescenziali sulle Alpi franco-italiane). Motivo: sono francesi e chiamano il computer ordinateur, il toast crock monsieur e il byte octet.

Punti di vista.

Comunque, sembrano mostrare una qualche umanità  e alla fine con un biglietto da visita, esibendo le carte di credito e tre quarti d’ora di controllo mi dicono che per loro c’est bon e io proseguo per Ginevra. A questo punto in ritardo e irritato. Inoltre diluvia.

Mi scontro con un’altra simpatica usanza francese. Indicano l’autostrada con cartelli blu, pardon blue, unici che mi risulti a non essersi allineati all’uso del verde come nel resto dell’Europa.

Me ne accorgo dopo quaranta chilomentri di statale ingorgata. I cristi si sprecano.

Ma a questo punto sono terrorizzato: primo, se mi ferma la gendarmerie mi fa nero (sono senza patente); secondo c’é la possibilità  che arrivato al confine con la Svizzera venga fatto tornare indietro. D’altronde gli svizzeri hanno sottoscritto Schengen nel 2005, magari non si sono ancora abituati o… lo applicano come i francesi: quando vogliono. Le possibilità  sono aperte e io mi sento sulla graticola.

Nel frattempo telefonate.

Arrivo finalmente in vista di Ginevra, con il cuore in gola m’infilo nella dogana. Mi fermano.

Respira, respira, respire.

In perfetto italiano: “Signore, lei deve fare la vignette per le autostrade svizzere, si accomodi all’uscita dieci”. Realizzo: mi stanno chiedendo trenta euro per girare un anno sulle loro autostrade, mi stanno chiedendo solo questo?!

Quasi sono commosso. Mi accomodo all’uscita dieci e sbrigo la veloce burocrazia con altri due ragazzi svizzeri in perfetto italiano: mi sembra un sogno, mai stato così felice di pagare trenta euro!

E così, con un’ora di ritardo sono a Ginevra. Giro a vuoto un paio di volte, ma non sbaglio di troppo la strada e finalmente arrivo al mio appuntamento.

Me ne esco dopo una paio d’ore spossato. Mi faccio due passi per sciogliere la tensione, poi punto per l’Italia. Tutto va terribilmente liscio, a me capita sempre così: l’Odissea la faccio andando, non tornando e in due ore e mezzo sono a casa.

Nel tragitto mi fermo ad un’area di servizio francese: sigarette e ristoro. Il mio francese si é fluidificato e riesco a scambiare due parole con la cassiera. Rimango senza quando batte il prezzo del pacchetto: sei euro.

A questo punto voglio proprio scappare dalla Francia e tornare in Italia. Inoltre, vi siete accordi che le aree di servizio francesi sono molto più rade, spoglie e meno servite delle nostre. In Puglia avevo avuto una sensazione da far west, da Route 66. In Francia lo stesso, solo pulite e ordinate.

Sul versante francese diluvia ancora, appena passo il Monte Bianco la Val Grande é un trionfo di luci e ombre da prima serata, il cielo quasi terso e l’aria frizzante.

Amo viaggiare, ma tornare a casa é sempre una sensazione speciale.