Set 27

L’euro tanto forte rispetto al dollaro é fonte di grande preoccupazione. Sulla ripresa del biglietto verde a breve termine si sono manifestate opinioni discordanti: io personalmente temo fortemente che la crisi dei mutui americani e rating di crescita dell’economia a stelle e strisce rivisti al ribasso, porteranno ad un ulteriore rafforzamento del dollaro.

Il quadro aggrava sempre più le esportazioni italiane al di fuori dell’eurozona, che sono principalmente verso gli States e le economie asiatiche (che per motivi storici e non) utilizzano valute aggangiate al dollaro.

Le quote dei prodotti, di norma finiti e pregiati, destinati alle economie di area dollaro non sono poche. Mercati come la Cina, che fino all’anno scorso sembrava dover mettere ko molti settori industriali italiani, é ora diventato un discreto mercato perché:

  • la Cina continua a crescere talmente velocemente da non riusscire ad assolvere a tutte le sue esigenze;
  • perché l’aumento della qualità  della vita sta creando i mercati del lusso classici del nostro artigianato industriale di alto livello.

Osservato questo, nel complesso degli scambi, le esportazioni italiane verso le economie asiatiche sono briciole.

Il rapporto tra import ed export dell’area euro é praticamente pari. L’Europa ad oggi é un’entità  autoreferenziale, che si é creata qualche sbocco commerciale (sia dal punto di vista dei mercati che delle risorse lavorative) integrando le nazioni orientali.

Discorso a parte sono la Germania, che ha ripreso il suo ruolo di locomotiva economica europea, e l’Inghilterra, che in ogni caso dal punto di vista valutario va per conto proprio.

Come Europa stiamo facendo anche una misera figura di fronte ad una Turchia, di cui l’Europa ha sempre più bisogno come mercato di sbocco. Passano gli anni e la Turchia cresce a ritmi quasi cinesi e ha sempre meno bisogno dell’Europa. Mah…

Inoltre ho una pessima sensazione riguardo l’economia cinese: la situazione é molto meno rosea di quanto non possa sembrare ad osservarla dall’altra parte del globo.

  • Gli attriti sociali aumentano in modo esponenziale per il divario che si sta creando tra campagne e città  e tra chi in città  ha fatto il “botto” e chi tira a campare in palazzoni di cartone lavorando 14 ore al giorno per 26 giorni al mese.
  • Non é prevedibile per quanto tempo il precario equilibrio tra la dittatura politica e un’economia eccessivamente liberista riesca a mantenersi.
  • Si sente già  puzza di investimenti immobiliari colossali andati totalmente a vuoto (molti dei nuovi super-grattaciali sono letteralmente disabitati).

E non é pensabile che la neo-economia cinese sia esente dai normali stop ed assestamenti, da quei punti di rottura che sono tanto più forti quanto importanti le velocità  e le masse economiche in gioco. Basta ricordarsi la crisi delle economie asiatiche tra fine anni ottanta e inizio novanta.

La crescita cinese non mi ha mai convinto. Ancor meno la “corsa” alla Cina, mi sembra una situazione complessivamente pericolosa… molto pericolosa.

Concludo.

Le sensazioni che si ricavano da questi due fattori, per le esportazioni e l’economia italiana, sono di previsione al ribasso e un ulteriore rallentamento in quei settori industriali che esportano nell’aree legate al dollaro o che si basano sull’acquisto di materie prime sempre più rare e costose perché cannibalizzate dalla crescita di un’economia cinese fondamentalmente a rischio.

Set 24
CVD

Mi limito a segnalare il post da ilMac.net “Wall Street: massimo storico per AAPL“: quota 150 $ raggiunta. Per il resto, é tutto nei post precedenti.

Set 16

L’abbattimento da parte di Apple del prezzo dell’iPhone e l’uscita dal mercato del modello da 4GB ha causato non poche perplessità  agli investitori.

titolo_apple.pngAnalizzando brevemente il titolo AAPL si può notare: come l’aspettativa nei giorni antecedenti al Keynote aveva fatto crescere la quotazione (fino al 4 settembre); immediatamente dopo un calo; la ripresa a partire dall’8 settembre dopo la diffusione dei dati di vendita.

Come riportato da MelaBlog, il taglio del prezzo ha letteralmente triplicato le vendite, comportando:

  • il minor costo per l’utente finale;
  • un allargamento sostanziale del mercato dell’iPhone;
  • maggiori introiti per Apple.

Insomma… un affarone per tutti, tranne gli utenti che hanno acquistato l’iPhone nei sui primi 70 giorni sul mercato.

I first-time-buyers a mio avviso hanno esagerato nell’emotività  e compulsività  dell’acquisto. Un taglio di 200 dollari (su 600) dopo poco più di due mesi é molto, ma nel mondo delle tecnologie:

  • evitare di acquistare/adottare una nuova tecnologia appena messa sul mercato, spesso presenta problemi e non é completa di tutte le sue feature potenziali;
  • per avere il miglior rapporto novità /prezzo magari aspettare 3/6 mesi.
Set 11

Bell’articolo su MelaBlog. Capisco benissimo il punto espresso su PCWord da Elgan e vorrei fossero un po’ più di mente aperta sia i sostenitori che i detrattori di Apple.

Nelle corde di visionario di Steve Jobs c’é quell’arroganza e quella presunziona che lo portano a creare un mercato, prenderlo in mano, farlo proprio e guidarlo: niente di male, é semplicemente l’altro lato della medaglia delle chiarissime qualità  del manager di Cupertino.

Per quanto riguarda i sostenitori della Apple, nessuno critica la qualità  espressa dai prodotti della mela. Ma un monopolio, per quanto di buona qualità  e pu sempre una prigione per il cliente finale… poco importa se la prigione sia dorata o quanto sia dorata.

E sopratto é nelle possibilità  di Apple agire in questo modo, ovvero puntando a massimizzare il più possibile il proprio business. Come si fa a biasimare? Apple non é una onlus, non una fondazione. Apple é una azienda commerciale e ha il dovere di perseguire al meglio i propri interessi.

Un paragone veloce. Ci sarebbe da preoccuparsi anche di Google, che di fatto domina il mercato dei motori di ricerca, dell’advertising online e sempre più delle applicazioni web. Viene percepito molto meno pericoloso perché ha atteggiamenti di minor arroganza e prepotenza: nessuno ti obbliga ad utilizzare i servizi elargiti da Google.

Ciò non toglie che Google sia fondamentale e pervasivo nella nostra percezione della rete e può essere obiettivamente pericoloso. Ma si può biasimare Google perché cerca i migliori risulati per se stessa?

Il problema non é legato alle aziende, ma all’ecosistema in cui agiscono. Il capitalismo moderno non permette ad un’azienda di stare ferma, di non crescere: equivale a fallire. Un’azienda per avere successo deve puntare:

  • a creare il proprio mercato;
  • ad espanderlo il più possibile;
  • nel frattempo massimizzare le rendite che può ottenere dal proprio mercato;
  • cannibalizzarlo rendendo costantemente obsoleti l’azienda stessa, i propri servizi e i propri prodotti.

Di contro il capitalismo non é un sistema feudale in cui la corporate é il feudatario e i clienti (il mercato) i servi della gleba. In un mercato libero, un azienda non é mai completamente proprietaria del proprio mercato.

Come sempre il mercato alla fine sarà  metro e misura. E se l’azione di Apple diventasse esagerata e insopportabile per il mercato, si creerà  automaticamente la nicchia per coltivare e far emergere un’alternativa. Capita in continuazione, ci saranno una o più altre aziende pronte a attaccare il monopolio e a prendere il posto di Apple.

Detto questo, si ricomicerà  da capo… uguale uguale… solo con nuovi player.

Set 7

Ogni volta che Steve Jobs appare ad un keynote per presentare le novità  di turno, segue un pandemonio che sinceramente non capisco. Il punto di maggior discussione a questo round é il deprezzamento dell’iPhone da $599 a $399.

Non mi interessa tanto indagare il perché di questa operazione della Apple: si entra nel campo delle ipotesi e delle illazioni più o meno vere. Apple é un’azienda e, nel bene o nel male, può decidere autonomamente come operare.

Piuttosto che di Apple in questo caso si parla di Steve Jobs. Si perché é lui il padre-padrone dell’azienda. Come giustamente riporta Matteo, Jobs non é nuovo a questo tipo di operazioni al limite, se non ben oltre, il rispetto per i propri clienti/base di utenza affezionata o nuova.

Basti pensare che nell’arco di poco più di 5 anni, gli utenti Mac storici si sono dovuti sorbire due migrazioni importanti: dal vecchio Mac OS 9 a Mac OS X, dalla piattaforma PowerPC a quella Intel. Migrazioni che sono andate a pescare nelle tasche proprio di quegli utenti affezionati che: sono stati forzati a sobbarcarsi i costi di aggiornare software non più compatibile per due volte o che da un giorno all’altro hanno visto il loro Mac diventare obsoleto.

Steve Jobs é una “carogna”, non si fa grossi scrupoli: ha una visione e la impone al mercato. Può farlo perché ha un ego enorme ed é abbastanza arrogante da dire “so io quello di cui c’é bisogno ora, adeguati”.

Visto che Steve Jobs é assolutamente centrale in e per Apple, questo suo modo di essere e le sue strategie hanno un unico vero e insidacabile giudice: il mercato.

Mi sono preso la briga di utilizzare l’ottimo Yahoo Finace per fare una rapida analisi, anche in confronto con il mercato e la concorrenza. Questo é il risultato.

aapl.jpg

Ho preso in considerazione:

  • il periodo a partire da ‘97 ad oggi, quindi dal rientro di Jobs in Apple (ai tempi sull’orlo del fallimento) a oggi;
  • il titolo Apple (AAPL in blu);
  • l’indice del mercato di riferimento (il NASDAQ in rosso);
  • il titolo Microsoft, in qualità  di concorrente per software/sitema operativo (MSFT in verde);
  • il titolo Dell, in qualità  di concorrente nella produzione di personal computer (DELL in giallo).

I risultati sono chiarissimi, dal 1997 a oggi:

  • il mercato é cresciuto del 160% circa;
  • Microsoft del 161,5%;
  • Dell del 243,5%;
  • Apple del 3.460%!

Proporzionado i valori rispetto al mercato di riferimento:

  • Microsoft é cresciuta 0,94 volte il mercato (galleggia);
  • Dell una volta e mezza il mercato (é andata bene);
  • Apple é cresciuta 21 volte il mercato.

Tradotto terra terra: Steve Jobs é fottutamente bravo, il mercato firma e sottoscrive. Punto. Possiamo discutere sulla strategia, sulla loro maggiore o minore moralità , sul suo ego o sulla sua arroganza… ma il punto é che quello che ha fatto fin’ora e come lo ha fatto alla fine ha funzionato.

Io, se devo dirla tutta, preferisco mille volte una “carogna” con una visione che impone alla propria azienda e al proprio mercato, rischia e vince, piuttosto che una visione puramente strumentale, timida del mercato che ti porta a galleggiare.

Da una parte una “carogna” che ti obbliga a sopportare i costi di due migrazioni, ma convinto della qualità  del proprio prodotto ci scommette e scommette sul fatto che la propria base di utenti lo segua per poi riconoscerne la bontà  (cosa che non é proprio scontata e il mercato in questo senso é spietato).

Dall’altra un gruppetto di commerciali furbetti che hanno l’unico merito di aver venduto il Quick & Dirty OS (vedi QDOS/MS DOS) ad IBM e che per il terrore di scontentare la propria base di utenti si sono trascinati brutture per almeno 7 generazioni di sistemi operativi.

La credibilità  di Steve Jobs é in quel grafico.

Giu 13

Quando ho iniziato il mio percorso di imprenditore, si stava già  parlando delle aziende-rete: quelle aziende che concentrano in se stesse esclusivamente il core-business e delegano a partnership, alleanze, forniture tutto il resto.

I motivi sono chiari: concentrarsi al massimo nel proprio core-business, ridurre in modo sostanziale i costi fissi, aumentare al massimo la flessibilità  dell’azienda e la sua capacità  di resistere agli urti del mercato.

Pur capendo in pieno le fondamenta dell’impostazione, una vocina interiore mi lasciava sempre scettico e sono sempre stato portato ad organizzare l’azienda e il lavoro. Cerco di spiegarmi.

Come ogni metodologia, si presta ad applicazioni sbagliate o estremizzazioni. Per poter creare un’azienda “a rete” é necessario che nell’azienda stessa tutte le competenze del business che tratta esistano, ad ottimo livello e siano in grado di lavorare in maniera estremamente efficace. Diversamente l’azienda:

  • non é in grado di avere uno stile proprio riconoscibile;
  • fatica a garantire continuità  del proprio operato;
  • rischia di vedere moltiplicarsi i costi di gestione nell’utilizzare partner, fornitori, consulenti terzi o delocalizzati per inefficienze di gestione.

Esempio. L’azienda ACME mi commissiona una applicazione web, lavoro che totalmente o in parte non sono in grado di svolgere. Accetto comunque il lavoro e mi trovo il meglio degli sviluppatori disponibili sul mercato al miglior prezzo: un bello staff di indiani.

I problemi da risolvere a questo punto sono una marea:

  1. devo gestire le comunicazione con qualche fuso orario di differenza, il che significa che può benissimo capitare che il clienta mi faccia richieste a cui non so rispondere prima di qualche ora… al massimo posso mettere sul piatto un po’ di fuffa da commerciale;
  2. non sono uno sviluppatore web e mi trovo a dover interpretare (senza averne in parte o del tutto gli strumenti cognitivi) le esigenze del mio cliente in specifiche che il mio staff di indiani siano in grado di capire (e devo sapare l’inglese tanto bene che le specifiche non siano fraintedibili);
  3. devo capire cosa mi presentano i miei sviluppatori come avanzamento lavori e saperlo spiegare al cliente in modo che possa capirlo; dopodiché si torna al punto 2. fino a completamento della commessa;
  4. durante l’avanzamento lavori devo saper dare ordine alle varie priorità  (desideri del cliente e necessità  degli sviluppatori) in modo coerente e avendo ben chiaro l’obiettivo finale del progetto (il che vuol dire grosso modo avere in mente l’appicazione web e il suo funzionamento almeno per sommi capi).

Questo processo, qualsiasi project leader potrebbe testimoniarlo, é già  normalmente difficile con uno staff proprio, competente e affiatato. Semplicemente perché “il mondo del cliente” e “il mondo degli sviluppatori” é molto spesso ad anni luce di distanza.

Se a questi problemi di base aggiungiamo

  • competenze generaliste e/o superficiali del proprio business aziendale,
  • uno staff di persone che non ho mai visto, non conosco e con le quali non é facile comunicare

ci s’imbatte in un aumento esponenziale dei rischi che

  • i tempi di consegna dell’appicazione web si dilatino all’infinito,
  • (per mantenere i tempi) il prodotto non corrisponda alle esigenze del cliente,
  • il prodotto corrisponda alle esigenze del cliente e sia stato consegnato nei tempi, ma sia sviluppato a toppe e con troppi compromessi.

Conclusione: molto probabilmente a conclusione e consegna del progetto, se sono stato veramente bravissimo, il cliente sarà  abbastanza contento.

Chiaro é che se non lo sono stato (o non sono stati all’altezza sviluppatori mai visti ne conosciuti, con i quali non ho esperienza lavorativa precedente e che quindi ho preso a praticamente a scatola chiusa), il cliente mi avrà  tolto il lavoro (nella peggiore delle ipotesi) o mi avrà  fatto concludere ma sicuramente non mi commissionerà  null’altro.

Continuiamo con l’esempio, facendo finta che a seguito della consegna del progetto il cliente sia normalmente soddisfatto del lavoro.

A questo punto devo sperarare che non ci si debba mettere le mani in un secondo momento. E più passa il tempo, più i rischi che le richieste di estensione del progetto possano creare problemi. Perché? Bhe, molto banalmente perché più passa il tempo più é difficile che riesca a ricostituire lo staff di persone che hanno lavorato inizialmente sul progetto.

Il problema non é così semplice come sembra perché:

  • il nuovo staff di sviluppo deve mettere mano su codice che non conosce, scritto da altri, con lo stile di altri;
  • io, non essendo uno sviluppatore, non conosco nel dettaglio il funziomento dell’applicazione quindi non sono in grado di trasferire le competenze necessarie al nuovo staff;
  • quasi certamente c’é un overhead di efficienza da parte del nuovo staff che prima di cominciare a lavorare dovrà  formarsi e capire l’applicazione esistente (tempo in più che dovrà  essere pagato);
  • inoltre il nuovo staff dovrà  calarsi nel cliente per poterlo capire (attraverso me), cosa che il precedente staff aveva già  fatto e probabilmente commetterà  alcuni errori prima di imboccare la strada giusta (errori già  occorsi nella precendente fase di lavoro e che il cliente si aspetta non occorano più).

Tradotto in spicci:

  • se l’estensioni richieste dal cliente sono sufficientemente marginali, il lavoro sarà  fattibile ma a maggiori costi (per tutti);
  • più le estensioni diventano vaste, più aumenta il rischio di dover riscrivere l’applicazione ex-novo, cosa normalmente inaccettabile dal cliente se non a livello di costi sicuramente a livello operativo (tempi di consegna e impatto su organizzativo su quanto realizzato in precedenza).

Più passa il tempo, più é facile che si manifesti il disastro o che semplicemente il cliente si stufi: un’azienda che opera in questo modo é difficilissimo che riesca a fidelizzare un cliente.

Il panorama che dipingo può sembrare troppo nero. In realtà  é la sintesi di quanto ho visto capitare in oltre nove anni di esperienza sul campo… e sinceramente ho visto anche peggio.

Inoltre quest’approccio non é neache poco diffuso. Queste sono le modalità  delle aziende che sono maggiormente orientate alla vendita o con una logica di fruttamento imprenditoriale spudorato del mercato in cui si posizionano.

Le aziende non orientate alla vendita che operano in questo modo sono destinate a chiudere velocemente: se non si riesce a costituire un portafogli cliente (che é un asset fondamentale di ogni azienda) stabile, bisogna costantemente andare a caccia di nuovi clienti. Il che significa ingenti investimenti nelle vendite, non nel core business della propria azienda.

Le aziende che operano “a rete” sono spesso vuote perché: in realtà  non hanno internamente le competenze per sviluppare completamente il proprio core business; perché non riescono a creare valore (intelletuale, di portafoglio clienti, etc) per se stesse, se non forse (a breve/medio termine) valore economico.

Chiaramente esistono svariate sfumature di grigio tra un’azienda totalmente autosufficiente (ma con forti spese fisse costanti) e un’azienta toalmente a rete (pochissime spese fisse ma quasi nessuna competenza interna).

Anche in questo caso l’eccellenza sta nel mezzo. Un’azienda che voglia operare tramite una rete di competenze esterne, deve:

  • avere uno staff di livello e stabile in grado di soddisfare quasi completamente il core business dell’azienda per capacità  ma non per volume di lavoro (che chiaramente deve essere maggiore di quanto non assolvibile dallo staff stesso);
  • utilizzare per adempiere al maggior volume di lavoro e/o per competenze contigue al proprio core business partner e fornitori il più possibile fedeli, costanti e ragionevolmente “vicini”;
  • dare l’impronta alla realizzazione dei progetti e mantenerne il controllo.

Ma anche in questo caso ho il sospetto che i margini che si possono gestire sono labili.

In ogni caso il volume di lavoro in eccesso non può crescere all’infinito (per esempio, 10 persone non ne possono gestire progetti che ne coinvolgono 500), quindi l’azienda deve periodicamente crescere (allo stabilizzarsi dei volumi di lavoro e/o delle richieste di competenze) per evitare di implodere su se stessa e rientrare nella prima casistica… ovvero dell’azienda che non sa fare il proprio lavoro e delega a terzi lo svolgimento.

Giu 6

La doppia intervista al D5, dopo anni, di Steve Jobs e Bill Gates ha suscitato una valanga di commenti e considerazioni, soprattutto la visione del rapporto tra hardware e software interpretato dai due giganti.

Non penso che la Apple sia mai stata solo una produttrice di computer. Tantomeno lo é dal rientro di Jobs, ancor meno dall’introduzione di iTunes e iPod.

La Apple é sempre stata orientata ad essere un’azienda il cui core business é incentrato sullo stile di vita. Questa é sempre stata la mission di Cupertino, questa é sempre stata l’idea di Jobs e i prodotti Apple nascono coerentemente a quest’idea.

Anche la primississima Apple si comportava in questo modo. Quando Jobs pensava ai primi Apple, pensava a cambiare la vita delle persone attraverso un computer che fosse utilizzabile dalle masse. Quindi, il design dell’Apple, curato direttamente da Jobs, e poi dei primi Mac e di Mac OS.

Il focus dell’azienda é ancora più chiaro esaminando la comunicazione e il marketing nell’arco di 30 anni. L’unico periodo in cui Apple ha snaturato se stessa é stato negli anni di assenza di Jobs, in cui veramente Apple cercava di vendere solo hardware + software: mancava di visione.

E ancor di più l’utenza Apple é la conferma che l’azienda stessa é focalizzata (anzi sta rafforzando) sulla sua impronta al lifestyle: la comunità  di utenti Apple e compatta, solidale, si identifica nei valori di design, qualità  e attenzione ai dettagli.

Questa é la marcia in più di Apple (e soprattutto di Steve Jobs), diversamente non si spiega come faccia Apple a sopravvivere in un mercato cannibale come il mondo hw+sw (e infatti ne 1996 stava per lascirci le penne).

Gen 10

La stragrande maggioranza del panorama aziendale italiane é composto da piccole e medie imprese. La caratteristica prevalente é la conduzione famigliare, ad oggi di seconda o terza generazione. Da qualche anno questo panorama é notoriamente in crisi.

Le difficoltà  arrivano dall’estremo oriente, da un sistema italiano spesso troppo presente nelle regole e pesante nella fiscalità , un’ingresso nell’euro un po’ infelice. Ma vorrei per una volta lasciare da parte questi temi fin che mai inflazionati, che a volte mi sembrano un po’ puntare il dito per scaricarsi una buona dose di responsabilità . A mio avvisto, esistono cause della crisi che ben più profonde su cui vorrei riflettere.

Negli anni ottanta l’Italia ha vissuto il secondo boom economico. Il periodo d’oro é stato favorito da una politica monetaria estremamente aggressiva, basato sulla svalutazione della nostra vecchia Lira. Svalutando la moneta abbiamo ottenuto che:

  • i nostri prodotti fossero estremamente concorrenziali all’estero, creando così un’effettiva invasione del made in Italy nel mondo (su cui tutt’ora viviamo molto di rendita);
  • fosse conveniente per le aziende estere investire in Italia per il costo della vita relativamente basso e un buon tasso di competenze;
  • il nostro paese come metà  turistica fosse ambitissima, sicuramente per quanto ha da offrire ma molto anche in relazione al vantaggio economico.

Il problema di una politica di svalutazione della moneta é che, detto in soldoni, abbassando il valore della Lira direttamente si é aumentato il debito pubblico, quindi la quantità  di interessi che il paese deve pagare. Ne segue la necessaria rincorsa agli adeguamenti fiscali per tamponare la situazione.

Molti altri paesi sono ricorsi a questo tipo di politica, ma non é strada che si possa seguire a lungo senza rischiare il collasso. Un esempio abbastanza recente é stata l’Argentina, ma all’inizio degli anni novanta anche l’Italia ha rischiato grosso… molto grosso.

Inoltre, quando il governo Prodi si é trovato a trattare il tasso di scambio per entrare nell’euro ha potuto contare su buone carte da giocare, avendo alle spalle un decennio di svalutazione della moneta: da buon tecnico della finanza, per cercare di contenere il più possibile i danni (e non é bastato), ha cercato di “ricapitalizzare il paese” tramite l’eurotassa.

In quegli anni la piccola media impresa é diventata estremamente forte, era un sistema che la maggior parte del mondo ci invidiava. Il dramma é che le piccole medie imprese italiane (al tempo oltre 5,5 milioni) erano competitive sicuramente per alcune caratteristiche di eccellenza, ma sul fronte economico erano estremamente favorite dal basso valore della Lira e dal basso costo della vita.

Ora l’Italia non ha più potere sulla politica monetaria del paese, che é affidata all’euro e alla BCE, e il costo della vita si é drammaticamente allineato a quello della maggior parte dei paese ricchi europei. Aggiungiamo a questo l’elevato debito pubblico (tutt’ora presente, anzi in crescita negli ultimi anni) e il forte regime fiscale e si ha un quadro sintetico delle forti difficoltà  attuali.

L’altro grosso problema delle PMI italiane é la loro struttura. Moltissime sono a conduzione famigliare e vengono effettivamente gestite come una famiglia allargata di vecchio stampo. Spesso l’azienda é diretta dal suo fondatore o da suoi successori diretti. In questa impostazione non c’é nulla di male, se non fosse che in moltissime PMI, conosciute nel corso degli ultimi dieci, anni ho sempre trovato alcuni elementi che ritengo estremamente critici:

  • un’estrema difficoltà  alla delega delle responsabilità  della direzione, che si esprime in un’eccessiva volonta di controllo sui dipendenti, collaboratori e fornitori (la mancanza di abitudine alla responsabilizzazione ha creato un deficit di maturità  dei quadri);
  • una mancanza di propensione all’integrazione tra le aziende (parlo di fusioni e partnership forti), proprio nel timore di dover condividere proprietà  e gestione (l’azienda é di famiglia e deve restare in famiglia);
  • a volte una certa pigrizia e timore di crescere, esplorare nuovi settori, etc. (peché cambiare se va bene?).

Ho riscontrato meno questi problemi nelle grandi aziende. Le aziende medio/grandi che ho conosciuto erano medio/piccole negli anni ottanta e: o hanno azzeccato un’ottimo business (raro) o hanno avuto una guida che non é incappata in nessuno degli errori citati sopra. Si, il momento giusto perché il nostro panorama aziendale maturasse da una pletora di piccole imprese ad aziende medio/grandi più solide e forti era probabilmente il periodo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.

Ora l’Italia eredita un sistema principalmente composto da PMI a bassa capitalizzazione, con risorse finanziarie esigue e forte difficoltà  di accesso al credito. La situazione di estrema competitività  e internazionalizzazione dei mercati odierni richiede risorse di tutt’altro calibro.

Una strada che le PMI hanno tentato, e continuano a perseguire, é portare all’estremo questo concetto di impresa famigliare come artigianato evoluto e d’eccellenza: non é detto che basti… purtroppo molto spesso é così e le aziende chiudono, interi distretti industriali spariscono.

Ho fiducia nel futuro di medio/lungo termine: gli italiani hanno sempre saputo risollevarsi dalle crisi e a cui spesso fanno fronte con grande creatività . Non ho invece fiducia sul breve/medio termine. Sono convinto che, qualunque sia la composizione del governo dopo il 9 aprile, la situazione non possa cambiare radicalmente nei tempi che sarebbero necessari. Questo perché anche se il futuro governo azzeccasse tutte le misure necessarie al rilancio del paese, non può risolvere la frammentazione e la debolezza dell’apparato industriale del nostro paese (in questo caso la soluzione deve venire dalla maturazione della nostra classe imprenditoriale) ne agire nuovamente sulla politica monetaria. Mi auguro che:

  • il futuro governo sappia varare anche una politica economica che vada a favorire fiscalmente fusioni e integrazioni tra le aziende;
  • si incentivi la collaborazione tra università  e mondo imprenditoriale, favorendo innovazione e combattendo la fuga di comptenze di alto livello dall’Italia;
  • gli imprenditori italiani coinvolti nelle PMI sappiano aprirsi all’integrazione e alla fusione sia con aziende nazionali che estere, in modo da creare strutture adeguate ad affrontare i mercati odierni;
  • si diffonda una vera cultura della condivisione e della collaborazione sempre più stretta tra aziende per far fronte a progetti, obiettivi o difficoltà  comuni.