Lug 29

Il credito sociale (social lending) nasce nel nord Europa qualche anno fa. In linea di massima si fonda sul fatto che un gruppo di persone mette a disposizione il proprio denaro perché possa essere prestato ad altre persone.

L’azienda che gestisce questo flusso di denaro è di fatto una finanziaria (in Italia è soggetta alla normale supervizione della Banca d’Italia) ma non è una banca. I prestiti vengono emessi solo nei confronti di persone e raccolti solo da persone.

I soci prestatori sono garantiti dalla diversificazione dell’investimento. Un prestatore può scegliere il livello di rischio a cui partecipare e i propri capitali a disposizioni vengono frammentati per ridurre al minimo i rischi sulle insolvenze.

Il rendimento del proprio investimento si aggira di solito intorno al 7% (lordo), con un bassisimo fattore di rischio. Per fare un paragone, il Conto Arancio di ING Direct attualmente garantisce circa il 4,25%.

Un credito ti tipo sociale normalmente costa meno di un normale prestito bancario: i tassi sono normalmente bassi, non ci sono spese per l’estinzione anticipata, la burocrazia è di norma snella.

Finalmente il social leading arriva in Italia: sbarca in Italia Zopa, dopo le esperienze inglesi, statunitensi e giapponesi.

Sia che si cerchi un nuovo modo di investire i propri risparmi, sia che si cerchi un prestito a basso costo, vale la pena d’arci un’occhiata.

Lug 28

Sono piacevolmente stupito. World News ha scelto una mia foto fatta l’anno scorso a Istanbul per un suo articolo: “Take your pick in Turkey“. E hanno correttamente citato l’autore (così vuole la licenza con cui ho caricato la foto su Flickr).

WN è una rete di oltre 20.000 testate online: ecco la ricaduta a livello di indicizzazione su Google.

La foto originale è nel mio set dedicato alla vacanza in Turchia nel 2006.

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Lug 27

Wordpress non è una piattaforma famosa per essere particolarmente efficiente e performante. Di release in release il team degli sviluppatori si proccupano di fare tuning, sia a livello di codice che nell’interfacciamento a MySQL.

Nonostante questi sforzi, si può spremere qualcosa in più in termini di performance pure a Wordpress. Le strategie sono due:

  1. effettuare una copia statica delle pagine;
  2. cachare ed ottimizzare direttamente il codice php.

La premessa è che si possa avere il controllo del proprio web server: XCache non è un modulo standard di PHP, quindi bisogna installarlo. Vediamo come fare su Ubuntu/Debian.

  1. Loggatevi come root
  2. apt-get update
  3. apt-get install php5-xcache

A questo punto il modulo è installato e troverete il suo file di configurazione in /etc/php5/conf.d Aprite xcache.ini e settate i seguenti attributi

  • xcache.admin.user = “$vostro_user_name”
  • xcache.admin.pass = “$vostra_password_in_md5″
  • xcache.optimizer = On

Il grosso è fatto. Ma vogliamo avere sotto controlo il fuzionamento di XCache. Create un virtual host, per esempio xcache.vostrodominio.it con document root in /usr/share/xcache/admin/

Riavviate Apache e andate a controllare xcache.vostrodominio.it e loggatevi con nume utente e password specificati in xcache.ini (in questo caso la password va inserita ovviamente in chiaro). Dovrebbe essere tutto a posto.

Adesso occupiamoci di Wordpress. Scaricate il plugin XCache for Wordpress nell directory wp-content e scopattatelo. Aprite object-cache.php in un editor di testo e modificate le seguenti riche di codice:

//XCache Admin Username
$_SERVER["PHP_AUTH_USER"] = “$vostro_user_name”;
//XCache Admin Password
$_SERVER["PHP_AUTH_PW"] = “$vostra_password_in_chiaro”;

Fatto questo, riavviate Apache ed avete finito: questo plugin non ha bisogno di essere attivato.

Utilizzando Wordpress 2.6 ho percepito un miglioramento delle performace di 2,5 volte. Senza XCache la homepage di un blog in sviluppo che ho ustato per test veniva servita a 3,5 pagine al secondo; con XCache si è passati a 9 pagine al secondo.

Il resto dei tempi dovrebbero essere per la maggior parte accesso al database.

Lug 23

Ilaria, la nostra grafica di riferimento in ambito web, è in dolce attesa e dobbiamo quindi sostituirla per il suo periodo di maternità obbligatoria.

Stiamo cercando giovani grafici web (il termine web designer è un po’ fuorviante ma può anche starci), anche freschi di diploma (in questo caso talentuosi e desiderosi di fare esperienza) da inserire per un periodo di 6 mesi nel nostro organico in sostituzione ad Ilaria.

Il contratto è a tempo determinato: non è uno stage ne una collaborazione a progetto.

Disponibilità richiesta da inizio ottobre circa.

La sede di lavoro è Vercelli, ottimamente servita sia da autostrada (TO-MI e AL-Gravellona Toce) che da ferrovia (TO-MI).

Blue Studio è una piccola web agency composta da un team di 7 persone (e un cane). L’atmosfera è piacevole, l’ambiente stimolante e non mancano le occasioni per fare esperienza anche su progetti di rilievo.

Se sei interessato/a o conosci qualcuno che può esserlo, batti un colpo nei commenti.

Lug 23

Da quando in azienda abbiamo progettato e sviluppato il nostro primo CMS (circa otto anni fa), mi sono interrogato se i database relazionali fossero lo strumento ideale su cui appoggiarsi.

Gli RDBMS nascono nei primi anni 70 e riflettono le tecnologie, le esigenze di quell’epoca dell’informatica e di quanto avvenuto immediatamente dopo. All’emergere di Internet penso sia stato un passo naturale appoggiarsi a software ben conosciuti, maturi e solidi per sviluppare le web application.

Con il progredire della comunicazione, i database relazionali a mio avviso stanno mostrando i loro limiti e si trovano modi poco aggraziati per superarli. I limiti consistono nel fatto che la tecnologia su web tende a piegarsi alla comunicazione che esprime esigenze di costante flessibilità ed evoluzione: il dato strutturato perde progressivamente di senso, mentre ne acquisisce il dato destrutturato ma relazionato, collegato, affine.

Gli esperimenti più radicali sono andati nelle direzioni di database di nuova concezione: database ad oggetti e database xml. In entrambi i casi, ad oggi, non esistono progretti open mainstream dalle caratteristiche di un MySQL, PostgreSQL o anche solo SQLite. Sono database particolari che si sono ricamati una nicchia, una piccola nicchia.

I più si sono buttati sul creare livelli di astrazione per manipolare i database relazionali in modo comodo. Così nascono gli object relational bridge, in vari linguaggi e con diversi stili di implementazioni. Di fatto però lo strumento di base è pur sempre quello relazionale: forse si fa meno fatica ad utilizzarlo senza dover scrivere chilometri di sql, ma comunque i limiti strutturali permangono.

Parallelamente i database relazionali hanno cercato di dotarsi della flessibilità che viene richiesta. Attualmente la maggiorparte dei database maturi, open o meno, hanno la possibilità di utilizzare internamente xml, sono dotati di capacità di indicizzazione e ricerca fulltext, etc. Di nuovo però ci troviamo di fronte alla nascita di un ibrido senza vocazione.

Sotto il coperchio del pentolone del web in realtà il nuovo bolle da una decina d’anni ed è l’architettura su cui si basa Google. Non entro nel dettaglio perché si rischia di trovarsi con molti meno capelli in testa, ma il concetto di base è che i dati vengono archivati in semplici copie chiave-valore (una mappa o array associativo) e poi liberamente collegati ed espressi attraverso funzioni che li modellano. Il meccanismo è noto come MapReduce.

La testimonianza della flessibilità del sistema sta nella stessa essenza di Google e nella quantità di servizi per il web che riesce ad esprimere utilizzando questa architettura: la sua possibilità di collegare dati, incrociarli e creare nuovi dati da quelli preesistenti é strabiliante.

Fortuna vuole che la grande G voglia passare per “buono” e ogni tanto ci renda partecipe degli scampoli della sua essenza. Parte della tecnologia è stata rilasciata open source, quindi è stata digerita dalla community degli sviluppatori e cominciano a sentirsi i primi vagiti di una tendenza seria. Tra i progetti open si possono segnalare:

  • HBase,
  • Hypertable,
  • CouchDB, progetto che seguo con estrema attenzione perché unisce i concetti di MapReduce e dei web service moderni (parlo di REST, non di quel manicomio di XML-RPC o SOAP).

HBase e Hyertable sono veramente tosti, ma CouchDB forse ha le caratteristiche per essere il MySQL della nuova generazione di database.

Con questo non voglio assolutamente dire che i database relazionali sono destinati a scomparire (con tutta probabilità saranno nostri compagni ancora per moltissimi anni), ma che sono maggiormente adatti ad ambiti maggiormente strutturati: in casi di web-application continuano ad essere la soluzione migliore… per ora.

Il punto è che in questo momento esiste un soggetto fortemente ispiratore che è in grado di trainare verso l’adolescenza e poi alla maturità un nuovo modello di database che meglio si adatta al web. La mia speranza è che, o i progetti già esistenti o i nuovi che nasceranno sull’onda dell’esempio, nei prossimi cinque/dieci anni questo nuovo modello di database emerga e maturi.

Lug 20

Capita di riuscire a soddisfare i propri sogni proibiti di ragazzino solo in età più matura. Mi ricordo di un Fede che in quarta elementare inneggia a “Wild Boys”, sognava il Monclaire e le Timeberland, si riempiva la bocca di un desaturato, provinciale gergo paninaro.

E così è nata la gita di ieri all’Idroscalo di Milano: il concerto dei Duran Duran.

Le emozioni sono state diverse da quelle provate al concerto dei Police. E’ stato come ritrovare dei vecchi compagni di gioco e cazzeggiare ancora una volta.

Il set delle foto su Flickr.

Grazie Eli per il regalo e la bellissima serata!

Lug 10

In questi giorni di G8, torno a ragionare sul futuro del nucleare e approfondisco i temi del confronto con Gabriele: proprio non riesco a convicermi che sia la strada giusta.

Qualche giorno fa mi sono imbattuto sull’articolo “La penuria di uranio condanna il nucleare” dei giornalisti svizzeri Isabelle Chevalley e Pierre Bonnard (Le Temps)… e ho capito cosa non mi quadrava.

L’uranio, tanto quanto il petrolio, il gas o il carbone, è una fonte destinata ad esaurirsi. Lampante! Ma non avevo la più pallida idea dei dati a riguardo.

Pensiamo che in questo momento nel mondo ci sono circa 450 centrali nucleari attive. Alcuni dati:

  • dal 1991 non si estrae più abbastanza uranio naturale per alimentare le attuali centrali atomiche e vengono utilizzate le scorte militari (anch’esse destinate ad esaurirsi ovviamente);
  • nel 2003 il raporto tra minerale estratto e quello utilizzato dalle riserve militari è andato in pari;
  • le miniere di uranio non vengono completamente sfruttate, perché i costidi estrazione sono eccessivi;
  • i nuovi giacimenti sono sempre meno ricchi.

Proprio per questa sempre maggiore penuria di materia prima, il costo dell’uranio è passato da 7 a 75 dollari alla libbra.

Consideriamo che quello estratto è uranio naturale e di questo solo lo 0,7% è uranio 235, l’unico utile per innescare e alimentare la fissione. Il procedimento per trasformare l’uranio naturale in uranio 235 richiede tantissima energia: in Francia si utilizzano altre centrali nucleari, negli States centrali a carbone!

Ma gli scienziati ci dicono che nel mare c’è tantissimo uranio naturale, circa 3 milligrammi per metro cubo!! Il problema è che per pompare, estrarre ed arrichire le 155 tonnellate/anno necessarie al funzionamento di una centrale nuclere da 1.220 MW (come quella di Leibstadt) sarebbero necessari 52 miliardi di metri cubi d’acqua (due terzi del lago di Ginevra) e richiederebbe tutta l’energia prodotta dalla centrale.

Non so se è una cosa particolarmente furba…

Inoltre i maggiori produttori di uranio sono Russia, Nigeria, Namibia, Kazakistan, Australia e Canada. Siamo sicuri di volerci nuovamente legare mani e piedi ad un nuovo piccolo cartello? Non ci ha insegnato nulla il petrolio?

E dal G8 sento che si voglio costruire nuove 1.000 centrali nucleari! Ma siamo sicuri? Vogliamo di nuovo buttare miliardi di euro in una tecnologia che vede già grossi limiti da qui a 10/20 anni? Mi viene il dubbio che si voglia sfruttare l’attuale panico da energia per arricchire l’ennesima lobby.

Manolo segnala un interessantissimo articolo che parte a ragionare dal petrolio e dall’attuale crisi, per arrivare alla teorizzazione di un nuovo (antico in realtà) modello di produzione dell’energia: lettura assolutamente consigliata.

Apr 15

Chiusa questa tornata elettorale, mi butto su qualche considerazione da dilettante sui risultati.

PDL. Alla camera: risultato 2008 37,39%; dato aggregato Forza Italia + AN 2006 36,06%. L’incremento è stato dell’1,33%. Secondo me il risultato è ragionevolmente modesto, molto probabilmente il PDL ha catturato qualche voto dall’UDC (che rispetto al 2006 perde l’1,14%) e ne ha ceduto qualcuno a La Destra (elettori appartentenenti all’estrema destra di AN).

Lega Nord. La vera sorpresa: passa dal 4,58% del 2006 all’8,3% del 2008 (+3,72%). Secondo me l’intrepretazione che più mi convince e che nel Nord Italia la Lega abbia eroso tantissimo dell’elettorato dell’estrema sinistra.

PD. Si passa dal 31,27% del 2006 al 33,17% del 2008 (+1,9%). Se teniamo conto che sarebbe da aggregare anche qualche decimo di punto percentuale arrivato dai Radicali, a mio avviso il PD ha pareggiato rispetto al 2006: non ha ne guadagnato ne perso e non mi sembra debba essere accusato di essere il killer dell’estrema sinistra.

Italia dei Valori. Un’altra sorpresa con raddoppio: dal 2,3% del 2006 al 4,37% del 2008 (+2,07). A mio avviso Di Pietro ha raccolto tutti quei voti dell’estrema sinistra che non sono stati incassati dalla Lega, soprattutto al Centro e al Sud.

UDC. Onore a Casini che ha tenuto in mezzo a due “schiaccia sassi” perdendo solo l’1,14% (dal 6,76% del 2006 al 5,62% del 2008). I voti persi secondo me sono finiti principalmente nelle tasche del PDL.

Sinistra Arcobaleno. Sono sinceramente dispiaciuto per la loro così sonora sconfitta e non mi sembra corretto che la l’estrema sinistra non abbia alcuna rappresentanza in parlamento. Probabilmente hanno pagato carissimi due anni di veti: il loro elettorato di riferimento è talmente esasperato che non può più avvalare veti a favore dell’ideologia… anche a patto di sonori compromessi, ma qualcosa per cambiare lo status quo si deve fare.

In generale il dato che mi rende prudentemente ottimista è la semplificazione del quadro politico in campo, appunto con l’unico dispiacere di non vedere l’estrema sinistra in parlamento. Alcuni grossi dubbi mi rimangono.

  • Il PDL deve ancora dimostrare di essere un unico partito e rendere definitiva la fusione.
  • La Lega sarà così leale a Berlusconi, o si farà prendere dall’entusiasmo del risultato elettorale? E nel caso in cui al PDL manchi l’appoggio della Lega, il PDL si rivolgerà all’UDC?
  • Spero che il PD mantenga calma e gesso e punti a consolidare il nuovo partito, renderlo un pochino meno “isterico” e dandogli definitivamente un’identità.
  • L’Italia dei Valori confluirà nel PD?
  • L’UDC potrebbe essere la più grossa spina nel fianco di Berlusconi se saprà intercettare eventuali, normali difficoltà tra PDL e Lega giocando da terzo incomodo e vacendola pagare carissima al PDL.

Mumble… vediamo. Io continuo ad essere terribilmente preoccupato il futuro prossimo dell’Italia.

Mar 28

Work in progress…

Mar 17

Per la prima volta da settembre 2001 sono veramente preoccupato. Terrorizzato.

La prima è una preoccupazione estera. Ricordo come se fosse ieri il pomeriggio del’11 settembre 2001 quando, davanti alla televisioni paralizzati da quello che stava succedento, un mio collega sostenava che non ci sarebbero state ripercussioni sull’Italia e sulle piccole imprese.

Ho sentito commenti analoghi parlando della crisi dell’economia americana: la crisi non sarebbe mai arrivata in Europa e in Italia. Eccola. Il problema che stanno affrontando ora gli States è profondissimo e alcuni economisti da tempo parlano di stagflazione: la presente di un crescente aumento di prezzi a fronte di un’economia reale ferma.

Ricordo che:

  • gli States sono il paese con il maggior debito pubblico al mondo, pari a 9.211 miliardi di dollari, mantenuto grazie ed un’economia costantemente in crescita;
  • il cittadino statunitense è quello più indebitato al mondo, per oltre il 140% del proprio reddito medio;
  • il maggior finanziatore degli US è la Cina, che possiede circa un terzo del disavanzo commerciale (e che aumenta al ritmo di un milione di dollari al giorno) completamente reinvestito in dollari;
  • il dollaro sta continuamente, costantemente perdendo valore;
  • neanche il continuo ribasso del costo del denaro, la FED ha appena annunciato un nuovo abbattimento dei tassi al 3,25% (bruciato un altro quarto di punto percentuale), serve a qualcosa;
  • la bilancia commerciale è in rosso da diverso tempo, ovvero gli States importano più di quanto esportano.

Il quadro non è per nulla roseo, per quanto gli Stati Uniti abbiano già  dimostrato in passato di avere un’economia sostanzialmente e di sapersi riprendere velocemente. Ma negli anni 30 e 80 sul mercato mondiale non esistevano ne la Cina ne l’India.

Il forte indebitamento dei cittadini americani, causato dall’eccesso d’uso nel credito al consumo e dai famosi prodotti sub-prime, hanno causato la crisi di solvibilità  dei mutui, la carenza di liquidità  e il crollo delle finanziarie più esposte su questo tipo di mercato. Conseguenza, il crollo del mercato immobiliare interno, la rincorsa al ribasso dei tassi, l’indebolimento del dollaro.

Sul fronte estero, gli Stati Uniti hanno grossi problemi per il costo del petrolio e stanno subendo un costante aumento dei costi dell’energia. L’altro problema è appunto la Cina, che attualmente è il maggior finanziatore degli US e possiede riserve in dollari sconfinate. Problema: il dollaro perde valore, perdono di conseguenza valore anche gli investimenti cinesi in dollari. Se per qualsiasi motivo la Cina dovesse disinvestire, sentiremmo gigantesco un doppio tonfo anche dall’Italia.

Non mi addentro oltre, perché non sono un economista e in ogni caso il quadro mi sembra già sufficientemente nero.

L’Italia, non avendo mai fatto le riforme necessarie negli anni passati, ora è più che mai sensibile a questo tipo di crisi internazionali. Avete notato: quando l’economia europea e mondiale va bene, l’Italia al massimo galleggia; ridotta com’è ora, la prossima crisi sarà  veramente dura da affrontare.

C’è da dire che in qualche modo siamo costantemente abituati alle crisi, ma è una tristissima consolazione.

L’Italia vista dall’interno e ascoltata attraverso i programmi dei principali schieramenti politici è preoccupante.

  • L’inflazione è nella norma, ma in realtà  i prodotti di maggior consumo sono aumentati del 5%.
  • Gli italiani vedono costantemente ridurre il potere d’acquisto del proprio reddito.
  • La maggior parte degli italiani ormai dichiara di dover intaccare i risparmi per poter mantenere la qualità  della vita a cui è abituato.
  • Quindi gli italiani, sempre stati virtuosi sul fronte del risparmio, risparmiano sempre di meno ma, grazie al cielo, s’idebitano sempre meno degli altri (ringraziamo la nostra diffidenza nei confronti delle banche).
  • Paghiamo più tasse di tutti i nostri colleghi europei.
  • Paghiamo l’energia, il denar, moltissimi servizi più di tutti i nostri colleghi europei.
  • L’Italia è l’unico paese in cui le piccole medie imprese pagano più del 50% di tasse, mentre le grandi imprese si attestano al 36% circa (in qualunque altro paese il rapporto è inverso).

Potrei andare avanti ancora molto… ma lasciamo perdere.

Il punto è che non trovo un solo programma che possa risolvere la situazione.

Per esempio la defiscalizzazione del reddito dipendente, o meglio dell’IRPEF, di un punto percentuale all’anno per cinque anni è ridicolo tanto quanto la detassazione degli straordinari: per riportare i redditi del lavoro dipendente a cifre allineate a quelle dei nostri colleghi europei, far ripartire i consumi e ridare un po’ di serenità  alla maggior parte della popolazione bisognerebbe tagliare le tasse del 20%, se non del 30%. E in un colpo solo, da un giorno all’altro possibilmente domani!

Una detassazione dell’un percento all’anno porterebbe solo ad un aumento dei costi assolutamente paragonabile (tutta la catena è alle corde, non solo il consumatore finale). Risultato: aumento dell’inflazione e niente di fatto per il potere di acquisto dell’italiano medio (la segnalazione di questo rischio è arrivato dalla BCE qualche giorno fa).
Ma non possiamo ridurre le tasse sul reddito dipendente del 20% o 30%: un mancato afflusso di entrate di questa entità  farebbe schizzare alle stelle il nostro debito pubblico, già  strabordante e sotto stretto controllo da parte dell’Europa.

Mi da un profondo fastidio ammetterlo, ma comincio a capire Tremonti che da anni avverte che:

  • non eravamo pronti ad entrare nell’Euro ed è stata un forzatura sostenuta dalla una tantum di Prodi del ‘97;
  • in queste condizioni non siamo pronti ad affrontare un mercato globalizzato, ma serebbe tanto meglio vivere qualche anno di sobrio protezionismo, riprendere fiato per poi tornare sui mercati.

Quello che ora non riesco a capire è quale vincolo verrà  spezzato in maniera forte per far ripartire il paese. Perché la somma di tanti piccoli interventi non cambierà  nulla alla velocità necessaria.

  • Ce ne freghiamo dell’Europa e di Maastricht e lasciamo schizzare il debito pubblico per detassare il reddito dipendente subito, poi si lavora sul resto?
  • Usciamo direttamente dall’Euro e ci riprendiamo la Lira e il controllo sulla valuta (vi ricordo che stiamo pagando ora le politiche di svalutazione della Lira portate avanti per tutti gli anni ottanta).
  • Riduciamo le tasse 5% in cinque anni e portiamo al collasso qualche decina di milioni di persone?

Mah…

Il disagio sociale é profondo, sempre più vasto e radicato. Ho la sensazione che si stia superando un punto di non ritorno al di là  del quale o il quadro cambia radicalmente molto velocemente (e la situazione mondiale attuale ci rema contro) o la crisi sociale è distante pochi mesi (in crisi economica ci stiamo già  sguazzando da almeno un semestre anche se molti negano o fanno finta di non accorgersene).

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